Storie

A Ca’ Damunt

Il frutto di anni di duro lavoro respira libero dall’avanzare della foresta

Testo e foto: Antenna Vallemaggia

Storia del 08 giugno 2026

Patrizia Caviezel ha recuperato un nucleo abbandonato. Oggi ci alleva cavalli, insegna ai bambini della valle e guida i turisti in escursioni equestri tra il fiume, i boschi e l’alpe Corte Grande.

Poco sopra Cevio, nascosto tra i castagni e il silenzio della natura, vi è Boschetto. Uno dei suoi piccoli nuclei, Ca’ Damunt, per oltre un secolo era scomparso. Le case inghiottite dalla vegetazione, i tetti crollati, la strada cancellata. Ca’ Damunt non era più un posto: era un ricordo. Poi è arrivata Patrizia Caviezel chiamata da tutti "Patti".

Non parlava italiano, veniva dai Grigioni e della Vallemaggia conosceva poco o nulla. Ma qualcosa, qui, l’ha chiamata. Forse la lentezza della valle, forse quella natura ancora libera, forse proprio quel nucleo dimenticato che aspettava qualcuno disposto a viverlo. Ventisette anni fa Patrizia saliva regolarmente con degli amici a ristrutturare un rustico all'Alpe Morella. Cinque giovani ancora in formazione tra cui lei, falegname. Proprio durante quelle estati, Patti aveva scoperto Ca' Damunt.

Quando lo trovò, era poco più di un’ombra: tetti crollati, alberi cresciuti dentro gli edifici, muri sparsi, rovi, silenzio. Eppure lei ci ha visto una possibilità. Non solo una casa, ma una vita. Ci sono voluti anni per comporne i pezzi. Prima di tutto, comprare non era semplice: la proprietà era divisa tra una comunione ereditaria di più di trenta persone. Ci vollero anni di trattative. Durante quel tempo “uno di noi lavorava sempre qui, l'altro andava a guadagnarsi da vivere in aziende non lontane. Il weekend eravamo entrambi operativi per la nostra casa”. Niente asciugacapelli, niente aspirapolvere, niente tostapane. Vivere mentre si costruiva non era cosa facile, ma Patti ha resistito e ha realizzato quello che molti non osano.


Erano quattro muri e basta. C'erano frassini ovunque.

«Erano quattro muri e basta. Casa mia aveva ancora un terzo del tetto — il resto era già dentro. E crescevano alberi fuori. Non vedevi neanche il nucleo, c'erano frassini ovunque.». Il nome del luogo racconta una bella storia. Michele Moretti, linguista ricercatore, ha spiegato a Patti che l'ultima abitante della casa si chiamava Damontina: era l'ultima della famiglia Damonte, Ca' Damunt in dialetto. 

Alla fine del 1800 in molti avevano lasciato la valle, direzione America. La strada che sale fin qui si chiama ancora oggi Via Casa di Monte, la memoria storpiata di quel cognome, impressa nella toponomastica come un’epigrafe, anche se di monte non ce n’è. 

Ca’ Damunt non è solo un progetto: è un legame. Con la terra, con la storia di chi è partito, con i prati che oggi tornano a vivere sotto le attenti cure di Patti. Ogni stagione, uno ad uno, li falcia, li osserva, le bestie vi pascolano “la casa l’abbiamo fatta in due” dice “la campicoltura è il mio lavoro, sola”. E poi ci sono loro: i cavalli.

Non sono semplici animali da lavoro. Sono presenza, relazione, responsabilità quotidiana. Patti conosce il loro carattere, i loro tempi, i loro silenzi. Li educa con pazienza, li accompagna nella crescita, ma soprattutto se ne prende cura ogni giorno. Anche quando non ci sono clienti, anche quando piove o fa freddo. Ogni giorno escono, si muovono, lavorano il corpo e la mente. Una vera e propria ginnastica quotidiana all’interno dell’arena: esercizi, camminate, variazioni di ritmo. Serve per mantenerli in equilibrio, sereni, pronti ma soprattutto felici. “Devono stare bene loro”, è il principio che guida tutto.

Quando sono tornata, il cavallo per me era tutto.

Buona parte dell’infanzia Patti l’ha passata da sua zia, proprietaria di un'azienda agricola. Per lei era una convinzione: un giorno avrebbe avuto le sue mucche. Ci fu però il viaggio in Kirghizistan, paese simile alla Mongolia, dove i nomadi vivono ancora con i cavalli spostandosi regolarmente e abitando nelle yurte. "Quando sono tornata per me il cavallo era tutto."


Quando i lavori edili iniziarono a concretizzarsi, Patti prese una cavalla e un asino. La cavalla si chiama Luna ed è tutt’oggi qui a Ca’ Damunt, ha vent’anni sul groppone ed è l’indiscussa capo branco. “Quando ho avuto Luna ero principiante e lei me ne ha fatte passare tante, era molto giovane e aveva un carattere biricchino, quasi adolescenziale”, racconta sorridendo. Per imparare a lavorare con lei e acquisire sicurezza, Patrizia ha seguito molti corsi e si è impegnata con costanza. “Ora Luna è bravissima, perfetta per le escursioni”.

Poi Luna ha avuto una puledra: si chiama Pioggia, oggi ha otto anni, occhi straordinari e un carattere che tiene la sua padrona impegnata. Patti le porta entrambe nel ranch a lavorare. Parla poco, indica ai cavalli cosa fare, spiega il funzionamento e l’obiettivo dei vari esercizi, mentre loro girano intorno a lei ordinati, in fila, seguendola con attenzione. Sembrano connessi da qualcosa di invisibile, fatto di abitudine e fiducia reciproca. Patti racconta che, in sua presenza, è lei a diventare il capo branco: i cavalli la seguono ed è sua responsabilità la loro incolumità. In sua assenza, invece, questo ruolo torna a Luna, che sembra ben felice di lasciarle il comando per godersi un po’ di relax.

Patti mostra anche come sia importante spronare i cavalli a muoversi in tutte le direzioni per mantenere tonica la loro muscolatura. Dopo qualche esercizio dove lei rimane sempre a terra al centro del cerchio, con un movimento agile sale in groppa a Luna, che riprende a trotterellare in cerchio. Ma Pioggia e Luna non sono le sole. Nel tempo sono arrivati Mattis, tredici anni, portante fino a cento chili ed Eldur, un pony islandese di cinque anni preso da poco per rafforzare la squadra con i turisti. Degli asini, che erano arrivati a essere sette, ne restano due. Sono le due femmine che hanno una lunga esperienza con i bambini in sella, brave e affidabili. “Mi fanno un buon servizio”, ci spiega Patti.

Grazie a questo magnifico equilibrio di attività quotidiane e servizi reciproci le offerte equestri di Ca’ Damunt sono splendide: bambini che salgono per la prima volta su un asino, famiglie che attraversano la piana della Maggia al passo dei cavalli, cavalieri più esperti che trovano spazio per il trotto e il galoppo lungo i sentieri sabbiosi. Senza dimenticare l'opportunità di svolgere un trekking montagnoso accompagnati dai cavalli verso l’alpe di Corte Grande. Dopo la salita gli animali restano qualche giorno al pascolo, mentre gli escursionisti possono godere dell'ospitalità di Patti e scendere autonomamente a valle il giorno seguente. 

Per il resto della stagione, da febbraio a novembre, le uscite si svolgono tra Cevio e Bignasco. Dal ranch si scende sulla Maggia, si attraversa il fiume all'altezza del ponte di Visletto, si segue il fiume, si entra nella piana della golena. Dopo l'alluvione, la tratta si è persino migliorata per le cavalcate: la sabbia depositata ha reso possibile il galoppo dove prima c'era solo sasso. “È stupendo”, dice Patrizia. C'è poi il sentiero nel bosco verso l'azienda forestale, la passerella di Bignasco, il vecchio tracciato tra i castagni e l'antica mulattiera.

Per i principianti, per i bambini piccoli, per i gruppi con i genitori, si aggiungono gli asini: si può arrivare fino a sei animali in tutto, con gli adulti che tengono a mano quelli dei bambini, e si procede a passo d'uomo. Per i cavalieri già avanzati, massimo tre persone e si può andare al trotto e al galoppo. 

Tra prati recuperati, cavalli e sentieri ritrovati, Patrizia Caviezel ha trasformato un luogo dimenticato in una piccola realtà viva della Vallemaggia. Dove il bosco aveva quasi cancellato tutto Luna guida il branco, i bambini imparano a stare in sella e Ca’ Damunt vive.

Informazioni e prenotazioni: 

maggiahorse.com