Testo: Antenna Vallemaggia; Foto di copertina: Pino Musi
Storia del 30 giugno 2026
Ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, certamente più di quanti ne abbia mai suscitati, nei suoi 350 anni di vita, la chiesetta seicentesca cancellata dalla valanga che travolse Mogno la mattina del 25 aprile 1986. All’epoca il sindaco era Gian Luigi Dazio e sua figlia Sofia fu l’ultima bambina a essere battezzata in quella piccola chiesa. Oggi Sofia Taufer Dazio è la presidente della Fondazione Chiesa di Mogno.
Il passaggio della valanga trasformò il paesaggio in uno scenario surreale: in un’epoca di grande fiducia nel progresso tecnologico, un evento naturale aveva distrutto tutto. Il paese appariva martoriato e, per la seconda volta in pochi mesi, una catastrofe naturale si era abbattuta sulla comunità di Fusio. Eppure, fin da subito emerse una straordinaria capacità di reazione. “Prima di pensare a una nuova chiesa, abbiamo sperato di ritrovare la vecchia, sotto i 25 metri. Recuperammo le campane, i cancelli divelti e alcuni oggetti sacri. Con la neve che si scioglieva, andarono disperse anche le nostre speranze”, ricorda Gian Luigi Dazio (deceduto nel 2022) in un’intervista rilasciata a Giuseppe Zois in un volume pubblicato vent’anni dopo il tragico evento.
Fino ad allora Mario Botta a Mogno non c’era mai stato. Non conosceva quel pugno di case immerse nel verde, non frequentava il ristorante del villaggio. Fu chiamato a progettare un nuovo spazio sacro da chi, neppure nel momento più buio, ha pensato di «smobilitare». Per lungo tempo Gian Luigi Dazio dovette andare controcorrente; le discussioni furono intense, quasi viscerali, tipiche di un’epoca in cui le persone si mobilitavano e si esponevano. Per superare quella litigiosità, cercò la collaborazione di un uomo dal carattere solare, un altro architetto che decise di sposare la causa.
ma perché volete ricostruire questa chiesa? Non vi è nessuna ragione
“Ricordo che più volte avevo chiesto, facendo un po’ mie le perplessità e i dubbi degli scettici e dei contrari: ma perché volete ricostruire questa chiesa? Non vi è nessuna ragione strettamente religiosa, né liturgica né funzionale che giustifichi una richiesta per una presenza del genere”, racconta Botta sempre a Zois. La risposta determinata e disarmante fu semplicemente: “noi vogliamo ricostruire una chiesa perché lì c’era una chiesa”. In quella frase si condensa uno spirito resiliente che non lascia spazio allo scoramento.
Da questa motivazione forte e condivisa nacque il progetto di una chiesetta alpina concepita da quello che sarebbe diventato un «archistar». Un solido frammento di roccia incastonato nel cuore del villaggio: un volume compatto, quasi un monolite scavato, che combina forme pure e leggibili con un intenso gioco grafico dato dall’alternanza di marmo di Peccia e gneiss di Riveo. All’interno, lo spazio raccolto è dominato dalla luce zenitale che discende dall’alto, trasformando la chiesa in un luogo essenziale dove geometria, materia e luce si fondono in un’atmosfera di profonda spiritualità
Fin dalla sua inaugurazione quest’opera iconica ha suscitato grande interesse, richiamando ogni anno in valle decine di migliaia di visitatori. Un afflusso che ha stupito lo stesso Botta: “vuol dire che la cultura del moderno ha prodotto ben poco nei suoi monumenti più significativi se una piccola chiesetta, in cima a una montagna, si pone come riferimento per moltissimi svizzeri tedeschi e folle di stranieri”. Il forte impatto simbolico e la marcata discontinuità rispetto alla tradizione – religiosa e architettonica – hanno però suscitato anche reazioni contrastanti. Non si può dimenticare, per esempio, la petizione firmata da 2’477 valmaggesi che nell’estate del 1987 si rivolsero al Consiglio di Stato per cercare di impedirne l’edificazione. Oggi, tuttavia, è difficile immaginare la valle e il Cantone senza la presenza di questa chiesa.
A trent’anni dalla consacrazione, la chiesa di San Giovanni Battista è un luogo di meditazione, preghiere e silenzio che non solo risponde alle primordiali esigenze dello spirito. Sin dalla sua costruzione Mogno è diventato un vero e proprio polo di attrazione turistica e, dal 2018, l’intero complesso sacro progettato da Mario Botta tra il 1992 e il 1998 – la chiesa, il sagrato, l’ossario, la piazza con il viale d’accesso e la fontana – è protetto quale bene culturale d’interesse cantonale.
Per la Fondazione chiesa di Mogno-Fusio, che ha recentemente visto passare la presidenza da Davide Keller a Sofia Taufer Dazio, si tratta di continuare a perseguire il suo scopo primario, cioè il mantenimento e la promozione di questo edificio religioso. In questo compito Sofia è affiancata dal sindaco Gabriele Dazio, nel suo ruolo di vicepresidente della fondazione, e dalla sorella Lisa Gasparini.
La sfida della nuova generazione è quella di rafforzare il legame con la comunità di Lavizzara, della Vallemaggia e di tutto il Locarnese. Come riuscirci? “Facciamo fare la chiesa alla chiesa”, confida Sofia, evocando l’idea di un luogo capace di parlare da sé e di farsi ponte verso l’intera valle, ravvicinando il legame che unisce la chiesa di Mogno con la gente. La Fondazione desidera restituire pieno valore agli aspetti più spirituali e intimi di questo spazio, valorizzando maggiormente Mogno come luogo di culto partecipato dalla comunià locale. Perché questa chiesa ha davvero qualcosa di speciale per l’anima.