Storie

LA CA’ VEGIA

Progettare il futuro per vivere il passato

Testo: Netcomm Suisse, foto: Ca' Vegia

DA UN MOMENTO ALL’ALTRO, LE NUVOLE CHE MINACCIAVANO PIOGGIA DA TUTTO IL POMERIGGIO ESPLODONO IN UN FEROCE ROVESCIO. PER FORTUNA PERÒ, PRIMA DI SCENDERE, LA PIOGGIA HA ASPETTATO CHE LA NOSTRA VISITA ALLA CA’ VEGIA A CERENTINO FOSSE FINITA. E MENTRE AFFRONTIAMO GLI ULTIMI TORNANTI PER SCENDERE A VALLE, CON LA TESTA STIAMO GIÀ SOGNANDO COME SAREBBE VIVERE PER QUALCHE GIORNO IN QUELLA CASA FUORI DAL TEMPO.

Ca’ di Giunzi è una minuscola frazione del comune di Cerentino: una via, una decina di case, ma un panorama mozzafiato. È qui che incontriamo Adriano e Svetlana, i due protagonisti dietro al progetto Ca’ Vegia. Dopo esserci presentati, basta fare due passi per trovarci davanti alla ormai famosa Ca’ Vegia. Si tratta di una casa che risale al 1600, probabilmente costruita per ospitare più famiglie. Nella prima metà del ‘900 però sembra sia stata abbandonata in fretta e furia, e da allora nessuno vi ha mai più messo piede. Almeno fino al 2007, quando Adriano e Svetlana, “un po’ per passione e un po’ per incoscienza” scherzano, hanno deciso di occuparsene e ridarle nuova vita.

Prima di entrare, Adriano ci racconta un po’ della casa. Quando parla si capisce subito che il progetto lo appassiona da tempo, tanto da renderlo un po’ muratore, un po’ architetto, un po’ geologo, un po’ storico. Ad eccezione di qualche opera più strutturata, si è occupato lui di tutti i restauri. “Quando abbiamo deciso di restaurarla, la casa cadeva a pezzi e non c’era più il tetto”, spiega. È stato necessario rifare quasi tutto, dai pavimenti, ai balconi, fino agli esterni ricoperti con la calcina, un particolare tipo di malta che veniva usato all’epoca e dà agli esterni dell’edificio quel tocco d’altri tempi.

Fare la calcina è quasi una magia

Tutti i materiali utilizzati sono stati recuperati dalla casa stessa o ottenuti con gli stessi processi di allora: dal legno, rigorosamente non trattato con procedimenti moderni, alle piode tipiche della zona, fino alla calcina. Quando Adriano ci parla di quest’ultima gli si illuminano gli occhi. “Fare la calcina è quasi una magia: anni fa assieme alla comunità di Bosco Gurin abbiamo rimesso in funzione l’antica fornace del Tschioss. Le rocce calcaree vanno cotte per giorni ad una temperatura di circa 1000 gradi, così si ottiene la calce viva. Una volta spenta con l’acquala calce, se adeguatamente stoccata, si conserva morbida per anni”, conclude dopo averci raccontato quanto il processo sia stato lento e delicato.

Quando entriamo è invece Svetlana a guidarci tra gli ampi spazi della casa, con la solarità che la contraddistingue. L’ingresso dà su un lungo corridoio alla fine del quale si scorge il panorama grazie all’accesso sul balcone. Sulla sinistra invece si snocciolano le stanze porta dopo porta: la cucina, un salotto, una camera. Tutte ristrutturate e arredate secondo gli usi di fine ‘800. La particolarità della Ca’ Vegia è proprio questa: gli ospiti vivono un’esperienza tipica dell’epoca, un tuffo nel passato senza gas né elettricità.  Naturalmente con tutto il necessario per un’esperienza immersiva al cento per cento: un forno a legna, un focolare, un orto, e al piano di sotto una cella frigorifera dove conservare i cibi. “L’unica cosa su cui abbiamo sorvolato è stato il bagno”, ci raccontano. Al piano di sopra infatti, oltre ad altre tre camere e un secondo balcone, si trova un bagno moderno ma che non rinuncia al legno e alla pietra tipica del luogo. “Almeno una doccia calda i nostri ospiti potranno farsela”, e a tutti scappa una risata.

Dopo la visita all’interno, facciamo ancora un paio di chiacchiere nell’ampio giardino che circonda la casa. Vogliamo davvero sapere come gli sia venuta l’idea di imbarcarsi in un progetto così impegnativo, tanto che anche loro spesso si sono chiesti se valesse la pena continuare. “Non è giusto che un tale pezzo di storia della valle rimanga abbandonato”, ci spiega Adriano, e basta a farci intuire tutto l’amore di Adriano e Svetlana per questi luoghi e la loro storia. Una passione che li ha spinti ad andare avanti nonostante gli alti e bassi del progetto, soprattutto a livello burocratico: i tempi di attesa sono sempre molto lunghi e i fondi necessari sembra non bastino mai. Per non parlare di tutti gli enti e le persone coinvolte, tra geologi, architetti, e ingegneri. Adriano e Svetlana hanno dovuto improvvisarsi capi cantiere e project manager allo stesso tempo.

Nonostante le difficoltà però, anche grazie al sostegno dell’Associazione per la protezione del Patrimonio Artistico e Architettonico di Valmaggia, il progetto è stato ultimato e la Ca’ Vegia ha iniziato ad accogliere ospiti pronti a far rivivere il passato.