Storie

Volontari per la valle

La valle più affascinante del Ticino merita persone che se ne prendano cura

Testi: Netcomm Suisse; foto: TT; FVB; NS

LA FONDAZIONE VALLE BAVONA SI OCCUPA DI GESTIRE, SALVAGUARDARE E VALORIZZARE UNA VALLE UNICA IN TUTTO L’ARCO ALPINO. UNICA PER I SUOI DIRUPI VERTIGINOSI, IL SUO PAESAGGIO NATURALE, LA BIODIVERSITÀ CHE OSPITA E LE TESTIMONIANZE DI UNA COMUNITÀ CONTADINA ATTENTA E CREATIVA. FIN DALLA SUA NASCITA, NEL 1990, LA FONDAZIONE CONTA SUL SUPPORTO DI VOLONTARI DALLA SVIZZERA INTERNA, MA DA QUALCHE ANNO QUESTI SUPERANO I CONFINI NAZIONALI E CONTINENTALI.

È quasi l’una del pomeriggio quando un pulmino bianco pieno di ragazzi accosta sulla piazzetta davanti agli uffici della Fondazione Bavona. Non abbiamo dubbi: devono essere loro i ragazzi del Workcamp, giovani volontari che da tutto il mondo hanno deciso di dedicare due settimane della loro estate a sostenere i progetti della Fondazione Bavona. Intercettiamo l’unica persona che ci sembra parlare italiano per presentarci e conosciamo così Davide, uno dei coordinatori del gruppo. “Certo, tra poco partiamo e potete seguirci con l’auto”, ci risponde. “Conoscete già il programma di oggi?” ci chiede, e non nasconde un po’ di stupore quando gli elenchiamo le attività all’ordine del giorno. Quello che Davide non sa infatti è che siamo qui a Cavergno da ormai qualche ora e che abbiamo passato la mattina con Mariella e Nicoletta, collaboratrici della Fondazione.

LA FONDAZIONE

Non abbiamo esitato un secondo quando, alle dieci di mattina, ci hanno aperto le porte degli uffici della Fondazione per sottrarci alla pioggia incessante. “Non la giornata migliore per seguire le attività di oggi!” ci dice Mariella mentre sorseggiamo il caffè che ci hanno offerto. Le attività del mattino sono state infatti rinviate causa maltempo, e il turno pomeridiano inizierà tra qualche ora. E allora, quale occasione migliore per farci raccontare della Fondazione?

Nicoletta ci spiega che le origini risalgono alla fine degli anni ’70, quando ci si è resi conto che, con l’arrivo della strada per gli impianti idroelettrici e conseguentemente l’introduzione di nuovi materiali da costruzione, stava iniziando una fase di degrado del paesaggio. Questa situazione ha portato la Comunità di Cavergno e Bignasco, unitamente a Cantone e Confederazione ad unire le forze a favore della salvaguardia del paesaggio locale. Infatti, dal 1983 la valle è iscritta nell’inventario federale dei patrimoni da preservare e nel 1985 viene approvato dal Cantone il piano regolatore particolareggiato per la Valle Bavona. La Fondazione verrà poi istituita ufficialmente nel 1990 con l’obbiettivo di gestire e finanziare gli interventi di salvaguardia, nonché di affiancare il Municipio nell’applicazione del piano regolatore.

Le attività sono diverse: riqualificazione di prati e biotopi lì dove, con la scomparsa dei contadini, i boschi avanzano; restauri conservativi di strutture agricole e peculiarità antropiche quali splüi e prati pensili; interventi per ripristinare il paesaggio dissestato da frane e alluvioni; infine, non manca l’impegno per la divulgazione e la promozione della storia e delle caratteristiche della valle tramite i progetti del Laboratorio Paesaggio. Un altro dei progetti di cui si sta attualmente occupando la Fondazione è la ristrutturazione di Casa Begnudini a San Carlo, un edificio storico che potrà essere utilizzato come alloggio per i volontari.

La Fondazione può sì contare sul lavori di professionisti del settore, finanziato da donazioni, enti sostenitori e fondi svizzeri, ma anche sul lavoro di numerosi volontari, provenienti dal Ticino e dal resto della Svizzera. Da quattro anni, grazie al progetto Workcamp, a dare il loro contributo sono anche ragazzi da tutto il mondo. Sono proprio i volontari del Workcamp quelli che seguiremo oggi nelle loro attività, coordinati da Delio e Davide. 

AL LAVORO

Per fortuna, quando salutiamo Mariella e Nicoletta per partire insieme ai ragazzi, la pioggia ci dà tregua e sembra che il sole non tarderà a farsi vedere. Quest’oggi il gruppo dovrà vedersela con i danni causati dal maltempo di qualche settimana fa, che ha provocato frane e alluvioni. Fango e detriti hanno travolto alcuni rustici, biotopi e sentieri della valle. Per ottimizzare i tempi, metà dei ragazzi andranno a Bolla, per rimuovere rocce, arbusti e detriti dall’argine del riale e dal terreno circostante, mentre un secondo gruppo si occuperà del ripristino del biotopo di Sabbione.

Quando piove molto la valle impazzisce. Alla fine, non la riconosci più

Flo è un ragazzo tedesco che ormai è un esperto di workcamp. Ne ha fatti molti nella sua vita e questa estate si sta dedicando al servizio civile. La sua esperienza la si nota dal suo sguardo, da come prende la parola e coinvolge i compagni, ma anche da come guida il pulmino: da Cavergno raggiungiamo Bolla in un batter d’occhio. Il paesaggio è proprio quello descritto da Davide qualche minuto fa: “Quando piove molto la valle impazzisce. Alla fine, non la riconosci più”. 

Rocce e arbusti trasportati dal riale in piena sono ben visibili già dalla strada e hanno circondato due rustici lì presenti. Dopo le istruzioni di Davide ci si mette subito al lavoro. Ci sentiamo un po’ in difetto ad essere gli unici del gruppo senza una pala, ma con in mano solo una macchina fotografica per documentare l’esperienza. “Se l’avessimo saputo ci saremmo truccati!” scherza Julius: anche lui viene dalle Germania come Flo, ha appena finito l’università e, prima di iniziare a lavorare a settembre, ha deciso di partecipare a questo workcamp estivo.

Il sole inizia finalmente a farsi posto fra le nuvole e Petra posa un attimo la pala per mettersi la crema solare. Viene dalla Repubblica Ceca, studia medicina e per lei il workcamp è anche un’occasione per visitare la Svizzera, che non ha altrimenti la fama di essere una meta economica. La segue con la crema solare Martha, spagnola: lei studia invece biologia e il suo obbiettivo era quello di fare un’esperienza immersa nella natura. Chi invece non si cura della protezione solare è Bartek, dalla Polonia. È il più giovane del campo e lavora alacremente, quasi ci dispiace interromperlo per fargli qualche domanda. Bartek desiderava soprattutto fare un’esperienza internazionale e conoscere persone di culture diverse. Tra un colpo di pala e un arbusto rimosso, i ragazzi ci spiegano che sono tutti d’accordo con lui: il workcamp è prima di tutto un’esperienza di condivisione tra culture. “A volte più sgradevole del solito…” scherza Flo, riferendosi alla pasta scotta cucinata da Bartek la sera prima. Ma questa sera è determinato a riprovarci.

È bastato fare due chiacchiere per entrare subito in sintonia con i ragazzi, e quasi ci dispiace doverli lasciare così presto. Ma abbiamo ancora una tappa: Sabbione, dove l’altro gruppo sta lavorando nei pressi del biotopo. Ci salutiamo augurandoci buona fortuna, e in qualche minuto d’auto raggiungiamo il secondo sito. Delio ci accoglie con un sorriso e ci mette subito a nostro agio con il gruppo. Armati di pale e carriole, anche qui il lavoro è simile: rimuovere tutti i detriti scesi a valle con le frane. “Qualche settimana fa qui è franato tutto”, ci spiega Delio. “D’altronde è una valle stretta, con pareti rocciose alte centinaia di metri, e interventi del genere dobbiamo farne di frequente”. Qui conosciamo Uri, il group leader, anche lui spagnolo come Martha. Ha partecipato allo stesso workcamp in val Bavona anche l’anno prima, e si è trovato così bene da volerlo rifare. Se Uri è un appassionato di esperienze di volontariato, per Hugo questa invece è la prima volta: viene dal Belgio ed è molto timido, ma ci racconta che studia archeologia ed è interessato al lato storico della valle. Con lui, a riempire la carriola di detriti, c’è Jop: viene dai Paesi Bassi e ci dice subito che è qui per il paesaggio. Alziamo gli occhi alle montagne e non possiamo che dargli ragione.

Impegnate con pala e carriola sono anche le due ragazze che hanno fatto il viaggio più lungo: Yulu e Mengdie vengono entrambe dalla Cina e si sono conosciute qui al workcamp. In Cina si ha spesso accesso a queste iniziative tramite l’università, ed entrambe hanno scelto la Svizzera per la sua fama. “È una delle mete europee più ambite in Cina”, ci spiegano. Incontriamo infine Philipp, anche lui molto timido, ma tra una foto e una domanda ci racconta che viene dalla Germania e che il campo gli è stato consigliato da suo cugino. Questo fatto ci colpisce molto: il workcamp in val Bavona è attivo da soli quattro anni, eppure la maggior parte dei ragazzi lo hanno scelto perché ne hanno sentito parlare molto bene da amici e conoscenti. Stamattina, negli uffici della Fondazione, Mariella ci diceva che la Fondazione coccola molto i suoi volontari, e a questo punto ne abbiamo la prova.

Anche qui a Sabbione arriva presto però il momento di salutarci. Prima di andare ci prendiamo una pausa all’ombra di un albero e gli mostriamo il sito invallemaggia.ch. Tutti i ragazzi non vedono l’ora che l’articolo venga pubblicato: bè, se ora lo state leggendo, vorremmo solo dirvi grazie. Grazie per il vostro impegno concreto in progetti di volontariato e per la vostra curiosità nel voler scoprire il mondo e le culture che lo abitano. Ah, e non preoccupatevi, che nelle foto siete venuti tutti benissimo (certo non per merito del fotografo).