Storie

Il mestiere più bello del mondo

La storia si fa arte (e viceversa) nell’atelier di Pierre Casè

Testo Netcomm Suisse, foto MAVM

UN PITTORE, UN ARTIGIANO, UNO STORICO. PIERRE CASÈ È TUTTO QUESTO. LA SUA PASSIONE PER L’ARTE LO ACCOMPAGNA FIN DA BAMBINO, QUANDO A LOCARNO FREQUENTAVA LO STUDIO DI BRUNO NIZZOLA. IL RICHIAMO DELLA VALLEMAGGIA, TUTTAVIA, È SEMPRE STATO IMPOSSIBILE DA IGNORARE E NEGLI ANNI SETTANTA SI TRASFERISCE A MAGGIA, UN LUOGO TANTO IMPORTANTE PER LUI DA ESSERE DIVENTATO PARTE INTEGRANTE DELLA SUA FIRMA.

Le sedie che Pierre ci ha preparato sono proprio davanti al tavolo su cui sta lavorando alla sua ultima opera: si tratta di piccoli quadri formati da una lastra di metallo ossidato sopra il quale vi è adagiata un’altra lastra di sabbia o cenere rappresa, sormontata da elementi metallici come il filo spinato. “Frammenti arcaici” è il nome dell’opera, i pezzi pronti al momento sono nove ma a breve diventeranno almeno il doppio. Ci è subito chiaro che non siamo di fronte a un pittore convenzionale: gli attrezzi di Pierre non sono solo pennelli e pigmenti, ma piuttosto seghe, asce, martelli e addirittura phon industriali.

Iniziamo a chiacchierare e le nostre domande si fanno spazio esitanti tra le storie di Pierre, che ha un aneddoto per tutto. Cerchiamo di capire di più sul suo stile: ci dice che la sua arte è definibile come “materica”, poiché i materiali dei quali è composto il quadro non sono distinguibili dalle immagini e dai significati che rappresenta. Ed è infatti il materiale scelto il protagonista di ogni sua opera: catrame, pietra, metallo, legno…

Il lavoro di Pierre ha sempre seguito delle tematiche precise, circa decennio per decennio. L’artista trae ispirazione dalla storia della valle. Tra i suoi capolavori troviamo rielaborazioni di antichi muri (“I muri sono il giornale di una volta, la gente ci scriveva cose sacre o profane”), o l’analisi della relazione uomo/animale attraverso l’opera “Bestiario”. Il fil rouge di questa serie è la presenza di teschi, recuperati da un veterinario locale e ripuliti bollendoli nell’acido proprio qui fuori dall’atelier. “L’odore in quei giorni non era molto piacevole”, scherza Pierre. L’ultima serie di lavori è invece intitolata “Ex-voto”. Gli ex-voto erano piccoli quadretti che i graziati dedicavano ai santi. Pierre ha creato decine di serie diverse, e in ognuna di esse esprime la sua gratitudine per la valle e la sua storia: per farlo utilizza oggetti tra i più svariati, come chiodi di legno, lettere di emigrati, documenti di compravendita e molto altro. Per recuperarli è stato necessario coinvolgere anziani del paese, oppure aspettare che demolissero qualche costruzione storica. “Mentre lavoravo agli ex-voto, mi sono chiesto se si trattasse di una operazione nostalgica, ma mi sono detto di no: era piuttosto realista”. L’opera “Ex-voto” sarà esposta a settembre 2020 a Locarno.

Per capire la poetica di Pierre Casè, così legato alla sua terra, bisogna però farsi raccontare la sua vita. Dell’infanzia trascorsa a Locarno ricorda che ogni momento era buono per fuggire a Maggia, dove c’erano i nonni. Crescendo, il suo primo lavoro è quello di gelataio, senza smettere di coltivare la sua passione: diventerà infatti insegnante d’arte e lavorerà a scuola per 18 anni prima di capire di essere totalmente incompatibile con la burocrazia scolastica. “Ero arrivato al punto di star bene solo quando ero in classe coi miei alunni”, ci racconta. Quando abbandona il lavoro di insegnante, per qualche anno prova a vivere solo della sua arte finché capisce che non è sostenibile: provvidenziale a quel punto la chiamata del sindaco di Locarno, che sul finire degli anni Ottanta lo invita a dirigere la Pinacoteca Casa Rusca. Lì riesce a dare forma al suo impegno per la diffusione dell’arte, proponendo artisti svizzeri e internazionali. Il suo obbiettivo in quegli anni è rendere l’arte più accessibile a tutti, a partire dalle didascalie delle opere. Pierre non sopporta l’ermetismo della critica artistica o le descrizioni poetiche che ritraggono gli artisti come persone nostalgiche e che si crogiolano nella sofferenza. “Io amo il mio lavoro”, ci spiega, “e parto dal presupposto che se uno soffre a fare il mestiere più bello del mondo, ha sbagliato qualcosa”.

Non è vero che il giovane è disinteressato, se lo stimoli diventa a sua volta uno stimolo per la valle

Oggi Pierre si dedica totalmente all’arte nel suo atelier a Maggia. Quando il discorso verte su questa cittadina, è chiaro il rapporto di amore che lo lega al territorio, quasi come un padre apprensivo che desidera il meglio per suo figlio. Pierre non nasconde le perplessità circa la burocrazia e la veste turistica che questa valle vuole indossare. “Quando ho aperto l’atelier, ho costruito un piccolo pollaio qua fuori… Ma non mi hanno dato il permesso di tenere un gallo, o avrebbe disturbato i turisti”. Sorridiamo, ma l’espressione di Pierre si fa più seria. Pierre vorrebbe che le istituzioni pensassero prima ai locali, ai giovani in particolar modo, piuttosto che ai turisti. Ci spiega che si sente responsabile di questa “fuga” dei giovani dalla valle. “È su di loro che dobbiamo puntare: abbiamo un potenziale inimmaginabile. Non è vero che il giovane è disinteressato, se lo stimoli diventa a sua volta uno stimolo per la valle”. Siamo pienamente d’accordo con te Pierre.

Per scoprire di più su Pierre Casè, sulla sua arte e sulle esposizioni passate e future, visita https://pierrecase.ch