Storie

La montagna di carta

Fabbricare arte nell’atelier di François Lafranca

Testo Netcomm Suisse, foto MAVM

SUPERATO L’ENNESSIMO TORNANTE, IL FRAGORE DELL’ACQUA INIZIA A FARSI PIÙ FORTE. I CARTELLI STRADALI CI SEGNALANO CHE SIAMO ARRIVATI A COLLINASCA, FRAZIONE DI CERENTINO. SUPERIAMO UN PICCOLO PONTE PROPRIO SOPRA IL FIUME ROVANA ED ECCOLO LÌ, L’ATELIER LAFRANCA. CERTO, A PRIMA VISTA NON LO CHIAMERESTI SUBITO “ATELIER”. L’EDIFICIO È UNA VECCHIA SEGHERIA, COSTRUITA IN LEGNO E ROCCIA, E DA L’IMPRESSIONE DI ESSERE ANCORA UN QUALCHE TIPO DI FABBRICA. MA È FORSE UN’IMPRESSIONE SBAGLIATA? NO DI CERTO. DAL 1973 INFATTI QUESTA SEGHERIA NON È SOLO IL LABORATORIO ARTISTICO DI FRANÇOIS, MA È ANCHE IL LUOGO IN CUI VIENE PRODOTTA LA CARTALAFRANCA. NON CHE QUEST’ULTIMA SIA DA CONSIDERARSI UN’ATTIVITÀ MENO ARTISTICA.

Prima di comunicare a François il nostro arrivo ci prendiamo un secondo per ammirare la vecchia segheria, le antiche vetrate, farci pervadere dal suono dell’acqua che corre verso valle. Possibile che sia proprio questo il posto? Mentre ci avviciniamo, un signore serio, barbuto e dai capelli folti, ci viene incontro. “François Lafranca, piacere”, si presenta accennando un sorriso. Siamo nel posto giusto.

“Volete fare un giro per vedere come si produce la carta?” ci chiede François appena entrati. Muoviamo così i primi passi sui pannelli di legno del pavimento per arrivare alla scala che porta al piano di sotto, in legno anch’essa. Qui ci troviamo davanti ai macchinari più vari, presse di diverso tipo, cornici, e infine lei, la regina della fabbrica: la pila olandese. È questo il macchinario nel quale vengono macinate le fibre di lino e cotone insieme all’acqua della valle, per produrre l’impasto che dà vita alla carta. Alle pareti notiamo foto in bianco nero che mostrano la cartiera in piena attività negli anni passati, prima che la richiesta diminuisse. “Un tempo c’era molta richiesta di carta di qualità per le edizioni degli artisti. Negli anni ‘70 Locarno era rigogliosa di artisti”. È per questo infatti che François, verso la fine degli anni ‘60, decise di produrre carta. Lavorava già alle sue opere, all’epoca principalmente dipinti, ma l’arte non bastava al suo sostentamento. Aprire una cartiera gli permise di guadagnare il necessario e di collaborare con artisti importanti: Ben Nicholson all’inizio, e poi Castellani, Chillida, Dorazio. Senza mai dimenticarsi della sua arte. “Ormai però sono circa trent’anni che non lavoro più alle edizioni degli artisti”, e forse scoviamo un velo di malinconia sul suo volto.

Alle pareti sono appese molte sue opere, dalle tempere agli acquarelli, ai rilievi, fino alle fotografie. Naturalmente tutte le opere sono su Cartalafranca. La carta di François è spessa, rigida, ruvida e porosa. Potrebbe essere un quadro lei stessa; un foglio di carta bianco, una cornice, e nient’altro. Ci spiega che quando intuì la necessità di una cartiera che lavorasse per gli artisti, non aveva la minima idea di come fare. Imparò a produrre la carta da solo, informandosi da altre fabbriche di carta e studiando sui libri. “Nei libri si trova di tutto”, conclude.



A tredici anni restavo sveglio tutta la notte per dipingere, e poi la mattina dopo andavo a scuola

Per quanto riguarda la sua arte invece, ci confida che l’ispirazione gli arriva dalla montagna. Da sempre. Da quando era bambino a San Carlo di Bavona, fino ad oggi, a Cerentino, a quasi 1000 metri sul livello del mare. Ci spiega che già a tredici anni sentiva questa urgenza di creare: “restavo sveglio tutta la notte per dipingere, e poi la mattina dopo andavo a scuola”. Col tempo, oltre alla pittura, François si è dedicato alla scultura. Nell’atelier si trovano di tanto in tanto progetti di sculture, rigorosamente in pietra come l’opera finale. Composizioni astratte di roccia che formano geometrie atipiche, nelle quali si legge sempre tra le righe un tributo alla natura. La montagna d’altronde è la sua musa, motivo principale per cui ha voluto che il suo atelier fosse in Vallemaggia.

Prima di salutarci, chiediamo a Francois dei suoi progetti per il futuro. Nonostante sia un uomo abbastanza taciturno, verso la fine della nostra visita sembra riesca ad aprirsi di più. Ci confida che, una volta terminati gli ultimi progetti scultorei, vorrà dedicarsi più alla pittura che alla scultura. “E per quanto riguarda la cartiera?”, lo incalziamo. La sua espressione seria si trasforma in un leggero sorriso. “Mi piacerebbe affidare la cartiera a una nuova generazione”, ci confida. Forse non saranno le figlie di François, entrambe studentesse universitarie, a prendere in mano le redini della fabbrica, ma siamo certi che da qualche parte ci sia ancora qualcuno con la stessa passione per l’arte; magari ad oggi tredicenne, che passa le notti a dipingere prima di andare a scuola.